Dott. Riccardo Amedeo Preziosi

Psicologo - Psicoterapeuta

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Ricevo a: Monza e Milano

La speranza nella terapia di coppia

Quando incontro coppie in difficoltà, spesso mi rendo conto che dietro le loro parole e i loro sguardi si cela una domanda implicita e fondamentale: “Vale davvero la pena salvare questa relazione?”. Non sempre questa incertezza viene espressa apertamente, ma la avverto nel loro timore, nel loro bisogno di una guida che possa offrire una prospettiva nuova. Quello che cercano, in fondo, è una speranza, una luce che li aiuti a orientarsi in un momento di smarrimento.

Spesso chi si rivolge a me si sente come se si trovasse su una strada senza via d’uscita, un luogo in cui la speranza sembra ormai svanita. La narrazione culturale dominante ha alimentato l’idea di un individuo autonomo e indipendente, capace di bastare a sé stesso senza il bisogno di legami profondi. In questo contesto, l’amore viene ridimensionato, ridotto a un elemento superfluo, e il desiderio di connessione viene vissuto con sospetto. Ma l’esperienza clinica mi ha insegnato che i legami sicuri non sono una debolezza, bensì un bisogno umano fondamentale.

L’inizio di un percorso terapeutico rappresenta già un segnale importante. La coppia, scegliendo di affrontare il proprio malessere con l’aiuto di un terapeuta, sta già compiendo un atto di fiducia, per quanto fragile possa sembrare. La motivazione che li spinge ad iniziare questo cammino è spesso una speranza ancora presente, anche se offuscata dalle ferite e dalle difficoltà relazionali. Questa speranza, tuttavia, non è statica, ma può essere alimentata e rafforzata attraverso il lavoro terapeutico.

Nel tempo ho imparato che la speranza non è solo un presupposto della terapia, ma una forza attiva che va coltivata. In alcuni casi, le coppie arrivano con un desiderio generico di “comunicare meglio” o “litigare di meno”. Tuttavia, questi obiettivi restano astratti se non vengono tradotti in esperienze concrete. Per questo motivo, il mio compito non si limita a raccogliere informazioni, ma consiste nell’aiutarli a visualizzare e a sentire dentro di sé un futuro possibile, in cui la relazione possa ritrovare un equilibrio e un senso di sicurezza reciproco.

Uno degli aspetti più delicati del mio lavoro è aiutare le persone a riconoscere che la disperazione non è necessariamente il segno di una fine, ma piuttosto una manifestazione della paura di perdere qualcosa di importante. Fermarsi, rallentare e permettere alle emozioni di emergere senza giudizio è spesso il primo passo per creare nuove modalità di connessione. La fiducia, d’altra parte, non può essere imposta, ma si costruisce nel tempo, attraverso momenti di ascolto autentico e di condivisione emotiva.

Ho visto molte coppie arrivare con la convinzione che il loro rapporto fosse ormai irrimediabilmente compromesso. Tuttavia, quando si crea lo spazio per esprimere le proprie paure e i propri bisogni più profondi, emerge spesso una verità diversa: il desiderio di essere visti, ascoltati, riconosciuti. La speranza nasce proprio in questo spazio, nella possibilità di riscoprirsi l’uno nell’altro senza la barriera della difensività o della paura del giudizio.

Il percorso non è semplice e richiede un impegno reciproco. Non basta la presenza fisica nelle sedute, né attendere passivamente che il partner cambi. La vera trasformazione avviene quando entrambi i membri della coppia scelgono di mettersi in gioco, di lasciar andare convinzioni rigide e di aprirsi alla possibilità di costruire un nuovo modo di stare insieme. Questo implica anche la disponibilità a lavorare su sé stessi, a riconoscere le proprie vulnerabilità e a comprendere che il cambiamento richiede tempo e dedizione.

Quando il dolore e il conflitto sembrano travolgere tutto, il primo passo è creare uno spazio di sicurezza in cui poter riconoscere le proprie emozioni senza paura. In questi momenti, il ruolo del terapeuta non è solo quello di guidare, ma anche di sostenere, di rimanere presente mentre i due partner cercano di ricostruire un ponte tra loro. La connessione emotiva, in fondo, è una danza: un equilibrio costante tra il dare e il ricevere, tra l’esprimere i propri bisogni e accogliere quelli dell’altro.

Nel tempo ho visto che, quando questa danza prende forma, anche la speranza cambia volto: da un concetto astratto diventa un vissuto concreto, un punto di riferimento per l’intero percorso terapeutico. E così, poco alla volta, la coppia non si limita più a desiderare un cambiamento, ma inizia a viverlo.

Perché la vera svolta non sta nell’eliminare il conflitto, ma nel riscoprire la capacità di ritrovarsi, di riconoscersi a vicenda, di affermare, ancora e ancora: “Io ci sono. Tu sei importante per me.”

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